ALEXANDER RODCHENKO LA FOTOGRAFIA E’ IN DIAGONALE

Un’occasione imperdibile la mostra Alexander Rodchenko. Revolution in photography allestita a Palazzo Te a Mantova fino al 27 maggio.

Circa 150 stampe alla gelatina d’argento da negativi originali raccontano la rivoluzione compiuta dal fotografo nato nel 1891 a San Pietroburgo, che a partire dagli anni 20 del 1900 ha rappresentato una frattura nella storia della fotografia.

La Rivoluzione di ottobre del 1917 colse i giovani intellettuali russi nel momento di massimo fervore, i quali erano pronti a costruire un nuovo mondo. Sono gli anni del Costruttivismo, che utilizzò materiali più vicini alla vita moderna, più moderni, come il ferro e come il vetro. Sono gli anni dei manifesti, degli slogan, dei dipinti sui treni e sui battelli, delle grafiche pubblicitarie e delle tribune per i comizi di El Lissitskij. Nel contesto di una società e di una città che si accinge a cambiare, di una spazio cittadino che si fa contenitore di fabbriche, ciminiere, palazzi sempre più imponenti, il cittadino contemporaneo non può continuare a guardare “dall’ombelico”. Non può più permettersi di guardare solo davanti a sè attraverso la prospettiva tradizione, deve rivoluzionarsi e per far questo deve alzare lo sguardo verso l’alto e viceversa posarlo dall’alto verso il basso.

Questo nuovo atteggiamento si trasferisce nel modo di fotografare di Rodchenko, che inizia a utilizzare il plongé e il contre plongé, eleggerà la diagonale, la linea obliqua a nuovo modo di guardare la realtà. Quel modo di affrontare l’inquadratura che troviamo parallelamente anche nel cinema d’avanguardia, fatto di riprese inclinate e primi piani ravvicinati.

Nella mostra è possibile vedere tutti i diversi progetti a cui si è dedicato: dai ritratti della prima sala, dove campeggiano il ritratto in primissimo piano della madre che riempie totalmente il fotogramma, una serie di ritratti a Vladimir Vladimirovič Majakovskij, alcune delle sue fotografie più famose come “La ragazza con una Leica”, la serie “La scala antincendio” e la serie dei pali del telegrafo a cui si affiancano alcune splendide vedute dal basso di imponenti alberi, nei quali scorge nient’altro che i pali elettrici che diventeranno.

Seguono i diversi lavori come quello per la Fabbrica di automobili AMO, della Centrale elettrica di Mosca, del quotidiano Gudok, della Fabbrica di lampadine di Mosca….

002-1

Fotografie Giorgio Finadri 

Interessante e di una bellezza meccanica la serie degli Ingranaggi del 1929, la ripetizione di motivi come parafanghi, ruote dentate, ripresi con angolazioni e luci che ne sottolineano la continuità e ripetizione, che portano alla costruzione di una texture astratta. Attenzione allo stesso elemento che si ripete, come ripetitivi sono i gesti quotidiani degli operai nelle fabbriche.

Quello stesso concetto che riprenderà negli Stati Uniti Margaret Bourke White nelle sue serie fotografiche eseguite all’interno delle fabbriche degli stessi anni, dove il soggetto, ruote dentate, lamiere, si ripetono in ritmiche linee, avvicinando l’obiettivo escludendo ogni elemento del contesto che possa spiegare il soggetto, trasformando la fotografia in una fotografia simbolica.

006-2

Fotografie Giorgio Finadri 

Presenti in mostra alcuni fotomontaggi, come quelli realizzati per la costruzione del canale che collega il Mare Bianco al Mare Baltico.

Una mostra che racconta un nuovo mondo di guardare il mondo, che ha trasformato la tradizione maniera di guardare alle cose con uno slancio verso il futuro e verso il cambiamento.

“Il difficile è trovare, vedere l’inconsueto nel più consueto. Ci hanno educato a vedere con le regole della composizione, con i canoni del tempo della nonna. Bisogna invece stimolare la gente a vedere da diversi punti di vista, e con diverse luci.”

Luisa Bondoni

Annunci
Pubblicato in cinema, mostre, Senza categoria, storia fotografia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Incontro con Richard Kalvar

In occasione della mostra fotografica OLTRE – BEYOND, il Comune di Sirmione in collaborazione con Magnum Photos, ha organizzato quattro incontri incentrati sulla fotografia con professionisti di calibro internazionale, tra cui quello di oggi, conclusivo, con Richard Kalvar. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di presentarlo al pubblico in sala. E tra il mio scarso inglese e un francese maccheronico, ci siamo scambiati alcune idee sulla fotografia.

28693974_10214252853148190_1686997044_o28695378_10214252853108189_2044382234_o28721731_10214252847828057_1068594636_n28821857_10214252850668128_1908609798_o

Fotografie di Giorgio Finadri

Per chi non lo conoscesse, inserisco la mia presentazione e vi consiglio di andare a visionare i suoi lavori (http://pro.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL535R3G)

Classe 1944 , studia Letteratura Inglese e americana, nel 1965 lavora come assistente per un fotografo di moda (lui stesso dice di non aver amato questo genere) compie un viaggio in Europa tra il 1966/67 in auto che lo convince a diventare fotografo indipendente. La rivelazione c’è con la scoperta de “Gli Americani” di Robert Frank, affascinato dalla sua libertà d’azione e di sguardo. Di quello svizzero che aveva visto l’America degli anni 50 con un occhio lontano dalle perfezioni contemporanee. 

Nel 1971 si stabilisce definitivamente a Parigi , dove, insieme a Martine Frank, Guy Le Querrec e altri fotografi fonda l’agenzia Viva.

Diventa nel 1977 membro Magnum, di cui sarà vicepresidente e presidente. 

Le sue fotografie, scattate in oltre  40 anni, sono quasi tutte b/n, realizzate viaggiando per tutto il mondo soprattutto in Francia, Italia, Giappone e Usa. Una parte della presentazione di oggi è stata dedicata al nostro paese, in particolare a Roma. 

Ci da immagini di situazioni assolutamente ordinarie e banali, quotidiane, in cui per un istante si forma una frattura nella realtà che lascia intravedere un fulmine di follia, di comicità o di stranezza.

I giornali e le riviste avevano bisogno dei grandi eventi ma anche della normalità.

Ha colto il lato umoristico della vita, quelle situazioni in cui si esce per una frazione di secondo dai binari della normalità.

Il suo occhio pronto e allenato,  divertito sul mondo che riesce a rendere con ironia, mostrando il lato buffo della vita, una documetazione della comedie humaine. 

Enfatizza l’insolito, sottolineando l’umanità che esiste nelle cose di tutti i giorni, esplorandola in una prospettiva nuova, sia umoristica che a tratti sarcastica e oscura. La realtà che è fatta di sguardi, espressioni, gesti, coincidenze fortuiti, incontri, assonanze, ossimori,contrasti,  momenti in cui la realtà per un attimo prende una strana forma, e che solo un fotografo dotato di ironia e di quel sapere vedere che non tutti possiedono riesce a fissare sulla pellicola (e oggi con il digitale).

Perchè è in fondo la vita che ci da gli spunti, siamo noi che dobbiamo imparare a coglierli. Non serve andare troppo lontano per fare delle buone fotografie. Ma, come lui stesso sottolinea, l’ambiguità è sempre dietro l’angolo:

Io catturo la realtà, non la metto in posa. Ma una volta catturata è ancora realtà? Ho sempre cercato di giocare con la falsa impressione della realtà, con l’ambiguità delle apparenze. Le cose sono quello che sembrano essere, o forse qualcos’altro.

E questa ambiguità, che è parte della nostra vita, l’accomuna a quella della fotografia stessa.

Pubblicato in fotografia, mostre, presentazione libri, Senza categoria, storia fotografia | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Incontro con Paolo Pellegrin

Il 3 febbraio ho avuto il piacere di conoscere ed introdurre Paolo Pellegrin in occasione del suo incontro a Sirmione, a palazzo Callas, dove è ospitata la sua mostra “La Sirmione di Paolo Pellegrin”.

27540043_877835475727974_7867293056243834780_n

Riporto il mio discorso introduttivo con qualche riflessione sul suo straordinario lavoro:

“Difficile introdurre uno dei più grandi fotografi contemporanei riconosciuto a livello internazionale. Pellegrin si presenta da solo!

Un compito arduo, che mi ha portata a riguardare nuovamente il suo lavoro e come questo si sia intrecciato alla sua vita e alla storia con la S maiuscola. Mi ha portata a riflettere sul valore della fotografia come documentazione, al suo valore di testimonianza, al ruolo del fotografo stesso davanti alla realtà che si trova a narrare.

Matthiew Brady durante la guerra civile americana aveva detto che “la macchina fotografica è l’occhio della storia”, ed è con lui che i feriti, i morti entrano nello spazio dell’inquadratura. A Roger Fenton in Crimea nel 1855 avevano vietato di fotografare questi soggetti.

Il direttore del National Geographic agli inizi del 1900 sosteneva “per poter credere bisogna vedere”, capendo l’importanza di inserire all’interno della rivista le fotografie.

Life uscirà nel 1936 con il motto “Vedere il mondo, attraverso i pericoli, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi un l’altro e sentirsi. E’ questo lo scopo della vita”.

Un’altra rivista degli stessi anni sosteneva “la forza delle parole, lo schock delle fotografie”.

Essere testimoni liberi, con la missione di raccontare il proprio tempo, con una responsabilità morale. Con il diritto di prendere delle posizioni. Non un lavoro ma una condizione esistenziale, una scelta di vita.

Usare la verità come pregiudizio” diceva Eugene Smith, registrare attraverso la fotocamera l’azione della vita, immergendosi nella storia. Perfino riguardo a storie senza importanza va preso questo atteggiamento – perché la fotografia (e le piccole parole scritte sotto) plasmano opinioni. Una piccola informazione sbagliata più un’altra piccola informazione sbagliata sono le piccole scintille da cui divampano equivoci rovinosi».

Il bianco e nero che ha quell’astrazione che aiuta ad esprimersi in modo metaforico, per immagini universali. Un uso della luce, dei contrasti che crea un linguaggio personale.

Dalla fine degli anni 80, partendo da alcuni progetti in Italia per poi uscire dai confini nazionali. Numerosi Word Press Photo, passando dal Kosovo al Libano, dove rimane ferito come altri prima di lui che hanno voluto essere in prima linea, Iraq, Cuba, Congo, Stati Uniti, il suo drammatico e poetico lavoro “Piombo fuso”, il progetto sui migranti, la strage di Parigi, fino al lavoro con la Nasa per documentare il più grande conflitto, quello tra l’umanità e il nostro pianeta.

Al centro c’è l’uomo, con le sue storie, i suoi drammi, le sue paure, le sue contraddizioni. Sono storie profondamente umane, come testimonianze per l’oggi e memoria per il futuro. La forza delle sue immagini sta nel portarci per un attimo direttamente lì, in quel luogo. Per un attimo siamo accanto alla madre che viene sorretta da altre donne durante il funerale del figlio, ne condividiamo il dolore e la disperazione. Siamo accanto al bambino che viene visitato in un ospedale in Romania nel periodo di maggior contagio dell’Hiv. Siamo davanti all’auto distrutta e al corpo irriconoscibile di un uomo in Libano, percepiamo il silenzio e il dramma dopo il frastuono del combattimento. Cerchiamo di alzare il braccio per salutare con un cenno la bambina che ci guarda dal finestrino mentre fugge dal suo villaggio.

La fotografia è questo, un trasportarci per una frazione di secondo in un altro luogo e attraverso le scelte compiute dal fotografo, guardare la realtà con i suoi occhi. E farla nostra.”

L

Pubblicato in fotografia, mostre, presentazione libri, Senza categoria, storia fotografia | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

[OLTRE L’Italia di Magnum / La Sirmione di Paolo Pellegrin]

Primo appuntamento di WITH MAGNUM: sabato 16 dicembre arriva a Sirmione Lorenzo Meloni, classe 1983 e fotografo di Magnum Photos dal 2015. L’incontro – introdotto da Luisa Bondoni, storica e critica della fotografia e curatrice del Museo Nazionale della Fotografia Brescia – si terrà a Palazzo Callas Exhibitions alle 17.

Per info visita ➡️ http://bit.ly/WithMagnum

24301435_1580323578669466_7588743923181659119_n23405921_1555898574445300_2360769252792916622_o

Pubblicato in corsi, fotografia, mostre, Senza categoria, storia fotografia | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Intervista a Joe Oppedisano

Sul nuovo numero di Fotoit di novembre una mia intervista al fotografo Joe Oppedisano

http://www.fotoit.it/2016/

 

Schermata 2017-11-12 alle 20.40.56

 

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

BRESCIA E GLI ANNI RUGGENTI

Un’occasione imperdibile a partire da settembre 2017 per conoscere la storia e l’arte di Brescia attraverso cinque incontri dedicati presso il Follo Volo in Via Trento.

x internet

 

Pubblicato in fotografia, mostre, Senza categoria, storia fotografia, teatro | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

PILLOLE DI FOTOGRAFIA. 17 luglio

JOHN MORRIS – ROBERT CAPA MI HA DETTO 

John G. Morris ha dedicato tutta la sua vita alla pubblicazione di fotografie per riviste e giornali, era il responsabile della redazione di Londra di Life durante la seconda guerra mondiale e in particolare durante le azioni dello Sbarco in Normandia del 6 giugno 1944.
Sul campo c’era Robert Capa, il più grande fotoreporter del xx secolo, mescolato tra i soldati, arriva sulle spiagge francesi con la prima ondata di fanteria. In Leggermente fuori fuoco racconta ogni attimo di quella mattina di inizio giugno. Scatta una serie di rullini in bianco e nero con la sua Contax, stremato invia alla redazione di Life le pellicole.
Le pellicole qui arrivano ma il giovane tecnico di laboratorio della rivista sbaglia l’asciugatura e porterà alla perdita della maggior parte dei frames. Di tutti questi rimarranno ai posteri le “magnifiche 11” che ancora oggi ci danno il brivido di quella giornata epocale della nostra storia. In questo ebook pubblicato con il Corriere della Sera, Morris racconta per la prima volta la sua amicizia con Robert Capa e la raccambolesca avventura delle pellicole del D-Day, della cui perdita si assumerà sempre la colpa.
Sappiamo che a seguito di questo Robert Capa verrà assunto da Life con un compenso di 9000 dollari annuali (pari ad oggi a 90.000 dollari) ed entrerà nella leggenda con le sue fotografie sgranate, sfocate e immediate dello sbarco.
Morris sarà anche colui che prima di partire per la guerra in Indocina, dirà a Capa “Non partire, questa non è la nostra guerra”. Ma Capa testardo, con l’ansia di documentare e di essere testimone, partirà per coprire il conflitto, e sarà qui che nel maggio del 1954, a solo 41 anni perderà la vita colpito da una mina antiuomo.

Pubblicato in fotografia, presentazione libri, Senza categoria, storia fotografia | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento