Pillole di storia della fotografia: il vivo vuoto di Candida Höfer

Figlia di un giornalista, Candida nasce a Eberswalde, nella regione del Brandenburgo nel 1944. Studia con Bernd e Hilla Becher, fotografi iniziatori della Scuola di  Düsseldorf, della quale fanno parte oggi i più quotati fotografi sul mercato come Andreas Gursky,  Thomas Ruff e Thomas Struth. I coniugi Becher recuperarono i principi della nuova oggettività di August Sander degli anni 20, utilizzando come il fotografio di Colonia la prospettiva frontale, il bianco e nero, il principio della catalogazione (umana per Sander ed architettonica per i Becher) e il massimo grado di oggettività davanti al soggetto. Sander creò un archivio di tipologie umane della società dei tedesca dei primi tre decenni del novecento nel noto libro “Gli uomini del XX secolo”, i Becher invece raccolsero le diverse tipologie urbane di edifici dismessi ed industriali, ripresi in totale assenza di persone, con il cielo sgombro di nuvole.

Gli alunni dei Becher hanno saputo sviluppare percorsi artistici autonomi caratterizzati da un personale approccio al linguaggio della fotografia, riflettendo sul ruolo e sui cambiamenti del mezzo e del suo posto nella società.

Candida Höfer mantiene alcuni parametri di insegnamento della scuola: la visione frontale per la maggior parte delle sue fotografie, il concetto di serie, le grandi dimensioni con cui vengono stampate ed esposte le fotografie in occasioni di mostre, in modo da farle diventare delle opere d’arte al pari di dipinti e sculture, occupando una spazio fisico, ma sceglie il colore a discapito del bianco e nero.

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I suoi soggetti sono gli interni di grandi spazi pubblici come biblioteche, musei, teatri. ripresi secondo la prospettiva centrale ed assolutamente privi di persone. Ripresi con luce naturale, sono luoghi in cui i dettagli e gli oggetti danno il senso allo spazio. Ti portano all’interno del luogo, in una dimensione silenziosa ma carica di tensione. Guardando queste fotografie in questo periodo che stiamo vivendo, sembrano esplodere nel petto con la loro carica di assenza.

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Diventano simbolo di luoghi che ho vissuto e che non vedo l’ora di ricominciare a vivere, anche se sono consapevole non sarà così immediato. I teatri, i musei, le biblioteche, i luoghi della cultura insomma, il loro rappresentare momenti di unione, di condivisione, di crescita individuale, di socialità. Queste fotografie, antecedenti a tutto quello che stiamo vivendo, si caricano di nuovi significati. Perchè è vero, la lettura delle fotografie dipende da dove sei, dal momento in cui le vedi e da come ti senti in quel preciso istante. L’anno scorso sarebbero state semplicemente una ricerca perfetta di architettura e contemplazione dello spazio, oggi sono un calcio nelle ginocchia, fra un anno appariranno come ricordi speriamo lontani.

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In queste fotografie ci rivedo le gite della domenica per visitare mostre e musei, ci vedo le sere al teatro ed al cinema, ci vedo i pomeriggi in biblioteca a studiare e preparare le mie lezioni. Fotografie contemplative, che parlano delle persone nella loro assenza, sono portatori di “spazi sociali”, dove questa fruizione è solo suggerita, celata ma dirompete attraverso l’uso dei suoi opposti, il nulla ed il silenzio. La fotografa stessa disse “…ho compreso che i luoghi mostrano con maggiore chiarezza il loro ruolo, se non ci sono le persone. Gli spazi parlano delle persone come vorremmo parlare di un ospite assente a una cena.”

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Queste fotografie sono spazi vuoti ma carichi di vita, sono stati costruiti per ospitare l’uomo e per diffondere la cultura; siamo nel momento in cui il sipario è calato, dove le persone non occupano la platea e gli attori sono nei camerini pronti per salire sul palco. La speranza però riempie questi spazi, quella speranza di tornare a fare presto quello che amiamo di più fare, che in questo momento ci manca, e ci manca moltissimo. Il sipario prima o poi si apre. Sempre.

 

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Pillole di storia della fotografia: Paul Almasy

 

Paul Almasy nasce a Budapest nel 1907. A 17 anni lascia la città natale per raggiungere Parigi, passando per Vienna e Monaco. Lo possiamo considerare tra i pionieri del fotogiornalismo, nella sua carriera ha scattato oltre 120.000 fotografie creando quello che lui stesso definì l'”archivio del mondo”, ordinandole per categorie, raccontando degli ultimi fino ai potenti del mondo. Negli anni 50 ha iniziato a lavorare per le organizzazioni delle Nazioni Unite UNESCO, UNICEF, OMS, IAO e FAO.

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Sempre in quegli anni ha realizzato ritratti ai grandi personaggi della cultura dell’epoca, come Calder e Man Ray, seguendo il lavoro di tutti coloro che ebbero il privilegio di vivere nell’epoca dei grandi intellettuali del XX secolo.

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Come molti suoi colleghi che si trovarono a Parigi a cavallo degli anni 30/50, anche Almasy ci lascia un affresco interessante e romantico della Ville Lumière, in perfetto stile umanista mescolato al taglio e alla ricerca giornalistica.

Ed i temi sono quelli che hanno appassionato Izis, Doisneau, Ronis: la riva della Senna ed i giovani nei loro divertimenti, gli innamorati, i bambini, le coincidenze inusuali e divertenti della città, i clochards, cioè tutto quello che rende Parigi la città dei sogni, come l’aveva descritta Izis nel suo libro. Legate in qualche modo a quel neorealismo che stavo scandagliando il nostro paese negli anni del secondo dopo guerra.

La sua ricerca prosegue anche oltre gli anni 50, attraverso la quale vediamo cambiare le mode, le tendenze, gli abiti, le acconciature, diventando la testimonianza dei mutamenti della società.

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I suoi servizi di reportage lo hanno visto visitare e conoscere buona parte del mondo: America del Sud, Afghanistan, Urss, America, Africa.Vi lascio un assaggio dei suoi lavori, dove è visibile la grande attenzione che ha dedicato, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2003, all’uomo e alla sua vita. Le fotografie tutte in bianco e nero, con una grande attenzione alla luce e alla composizione, in alcuni casi vicina alla iconografia pittorica, sono cariche di emozione e partecipazione.

Copio questo link così potrete vedere alcuni dei suoi servizi realizzati nel corso degli anni 60: https://www.who.int/features/2009/photoarchives/almasy/en/

“Come fotografo il mio interesse principale è nelle persone e nella” condizione umana “, che cerco di ritrarre senza alcuna concessione. Qualunque cosa accada, rimango fermamente impegnato nella realtà; non sacrifico la verità per il bene della qualità tecnica … Un fotoreporter è qualcosa di storico e uno storico non deve mai mentire “.

Paul Almasy. In: Colin Naylor, ed. Fotografi contemporanei , Chicago e Londra, St. James, 1998.

 

 

 

 

 

 

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Pillole di storia della fotografia:il mondo dall’alto

Nelle ultime settimane mi è capitato sempre più spesso di vedere immagini delle nostre città riprese dall’alto. La tecnologia ci permette di sorvolare sopra le nostre piazze e di coglierne il vuoto ed il silenzio. Il mondo visto dall’alto, come un grande plastico dove tutto è immobile, pervaso dalla pesantezza dell’assenza. Questo modo di vedere la realtà influisce sulle nostre percezioni e sui nostri sentimenti. Almeno per me ogni volta è un pugno nello stomaco, accorgermi della nostra piccolezza di fronte alla tragedia. E la ripresa dai droni da una parte amplifica questa emozione e dall’altra riempie il mio cuore di nostalgia. E’ come accorgersi di quanto sia bella ed importante una cosa solo quando non la puoi vivere fino in fondo.

Questi mezzi ci permettono di essere tanti Peter Pan che sorvolano la città, planano tra gli edifici, risalgono le cupole del duomo, le torri campanarie, sorvolano sopra le piazze desolate o sopra le strade prive di auto.

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La fotografia dall’alto ha una lunga storia: Gaspard Félix Tournachon , noto come Nadar, aveva volato sopra Parigi e l’aveva fotografata dall’alto nel 1868. Fu il primo, con il suo aerostato chiamato Il Gigante, ha renderci le prime immagini aeree della storia. Chi fece della fotografia aerea la propria missione di vita fu Arthur Batut, che a partire dal 1887 iniziò a scattare fotografie dall’alto posizionando la sua fotocamera con pellicole 13×18 cm su un aquilone di legno di pioppo.

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Nadar

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Ricordiamo poi il tedesco Julius Neubronner, che nel 1907 attaccò una fotocamera ad un piccione per realizzare delle fotografie dall’alto!!

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Durante la prima guerra e soprattutto la seconda, la fotografia aerea ebbe una grandissima importanza. Basti pensare alle fotografie di Margaret Bourke-White, prima fotografa di guerra accreditata al fronte, che realizzò immagini dall’alto della battaglia di Tunisi, autrice inoltre della copertina del primo numero di Life del novembre 1936. E non dimentichiamoci di David Seymour che per tutti gli anni del secondo conflitto lavorò in Inghilterra leggendo le fotografie aeree: ci voleva disciplina, intelligenza ed abilità, e la corretta interpretazione sarebbe stata alla base delle scelte militari e politiche.

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Per uscire da un ambito più documentario ed avvicinarsi ad una ricerca più personale, mi viene da citare la serie realizzata da Mario Giacomelli sulle spiagge, caratterizzate dallo stile asciutto e grafico che contraddistingue l’autore, con i suoi bianchi e neri portati all’esasperazione, che rimandano al mondo della grafica dal quale egli stesso proveniva.

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Ricordo il lavoro di Olivo Barbieri Site specific realizzato con la tecnica del fuoco selettivo ed obiettivo decentrabile. L’effetto è straordinario, le città di tutto il mondo riprese dall’alto sfruttando questo metodo vengono resi come dei piccoli plastici, dove non è principale la finalità documentaristica ma il senso dell’atmosfera. Mi ricorda quei pomeriggi trascorsi a giocare ad Hotel, un gioco in scatola, con cui ho trascorso interi pomeriggi con gli amici.

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Per arrivare alla fotografia contemporanea cito il lavoro del fotografo Gray Malin dedicato alle spiagge californiane, che si animano di geometrie bizzarre, fatte di ombrelloni ed asciugamani multicolore, dove tutto sembra posizionato in un rigore che ada terra assumerebbe le sembianze del caos. Una rivisitazione in chiave ghirriana del lavoro di Giacomelli!!!

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Ed infine il lavoro del canadese Edward Burtynsky, che ha esposto a Fotoindustria a Bologna lo scorso anno il progetto Antropocene, dove le risorse naturali sono al centro della sua ricerca, nel loro rapporto con l’uomo. In più di trent’anni di lavoro il fotografo ha sempre realizzato grandi vedute, utilizzano droni, elicotteri e strutture per poter guardare dall’alto i suoi soggetti, che assumono la bellezza profonda di opere astratte.

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Un piccolo tuffo per capire da dove siamo partiti e per riflettere su dove siamo arrivati e su come e quanto siamo cambiati, e quanto è cambiata la nostra percezione delle cose, mescolando alla storia i ricordi ed emozioni. Perchè la fotografia è soprattutto questo.

 

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Pillole di storia della fotografia:Rodney Smith

Dal Manifesto del Surrealismo del 1924 di André Breton:

“La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l’antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la massima libertà dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso. Ridurre l’immaginazione in schiavitù, fosse anche a costo di ciò che viene chiamato sommariamente felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustizia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi. La sola immaginazione mi rende conto di ciò che può essere,  e questo basta a togliere un poco il terribile interdetto; basta, anche, perchè io mi abbandoni ad essa senza paura di essere tratto in inganno (come se fosse possibile un inganno maggiore). Dove comincia a diventare nociva e dove si ferma la sicurezza dello spirito? Per lo spirito, la possibilità di errare non è piuttosto la contingenza del bene?.

[…]SURREALISMO, n. m. Automatismo tipico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale.

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Il surrealismo spingeva a liberare il proprio io interiore in totale libertà, eliminando l’intervento della ragione, lasciandosi guidare dall’inconscio, come quando dormiamo ed in sogno le immagini si susseguono senza logica, senza un legame apparente, portando alla luce la nostra parte più intima e nascosta. Gli artisti surrealisti hanno spinto lo spettatore ad andare al di là di ciò che l’occhio vede, per mostrare una realtà diversa che esiste solo in un universo che non può essere conosciuto fino in fondo, irraggiungibile come un sogno o vero come il mondo visto attraverso gli occhi di bambino. Il fotografo americano Rodney Smith si ispirerà al surrealismo in particolare a quello di Renè Magritte , riprendendo accostamenti inconsueti, dilemmi, domande, decontestualizzazioni, senza ricorrere ad elementi fantastici. La destabilizzazione nasce dall’accostamento degli elementi visivi, molti dei quali tornano come topoi nei suoi dipinti. Occhi, uomini con la bombetta, orologi, finestre spalancate sul paesaggio, visi coperti, pipe, sfere, mele….

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Rodney Smith ha fatto propri tutti questi antecedenti artistici riprendendoli in fotografia. Il confine tra realtà e finzione è molto sottile, nelle sue fotografie gioca con la percezione dello spettatore, lo inganna, lo trascina dentro, lo mette di fronte a delle domande. Le immagini sono immagini senza tempo.

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Il suo insegnante fu Walker Evans, che apprezzò fin da subito il suo bianco e nero (che rimase sempre analogico fino alla sua scomparsa nel 2016) e le sue immagini finirono sulle pagine di TIME, The Wall Street Journal e The New York Times. Le sue fotografie allegre e dotate di grande bellezza sono caratterizzate da un insieme di composizione, scala, proporzione e relazione.

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Tutte le sue immagini hanno un aspetto classico e senza tempo, come se i personaggi fossero sospesi nello spazio. Hanno le spalle rivolte allo spettatore, tengono in mano oggetti simbolici come nei quadri di Magritte, alludono e non spiegano, lasciano aperte infinite porte di interpretazione. Attraverso la sua Leica M4 ed il medio formato della sua Hasselblad ha creato un suo magico mondo, in cui immergersi e trovare conforto.

In oltre quarant’anni di lavoro, Smith ha fotografato in bianco e nero, passando al colore solo nel 2002. Ma guardando queste fotografie ritroviamo i colori delicati e vintage della fotografia pionieristica a colori, la leggerezza e l’eleganza delle tinte di Vogue degli anni 40-50, c’è la moda di Horst P Horst tanto per ricordare uno dei più grandi.

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La capacità di ricreare mondi con la fotografia, questa è una delle sue grandi doti. Di dare forma ad un’idea che è solo nella testa del fotografo. La capacità di saper contaminare e rielaborare segni che sono parte del nostro immaginario collettivo. Essere un pò come Alice nel paese delle meraviglie e rincorrere la propria libertà ed i propri desideri. Libertà, come parole d’ordine.

” Una delle cose che è interessante e penso che le persone ne siano sempre incuriosite, è che sebbene le mie foto sembrino così composte, sono estremamente spontanee . Il 95% delle foto che scatto, non sapevo nemmeno che le avrei scattate qualche minuto prima.  (R. Smith)

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Pillole di storia della fotografia: la fototessera

Un antecedente storico alla fototessera è sicuramente l’invenzione della carte de visite da parte di André Disderi nel 1854. Venivano realizzate con apparecchi forniti di 4/8 obiettivi, che permettevano di ottenere sulla stessa lastra più scatti, ad un costo più basso rispetto ai ritratti di più grandi dimensioni. Possiamo definirlo il primo approccio alla fototessera, per il formato, per la velocità di realizzazione e per l’ampia diffusione popolare che ebbe a metà dell’ottocento.

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In quegli anni abbiamo diversi campi di applicazione: dall’autoritratto rotante di Nadar, alla prima campagna di catalogazione dei pazzi realizzata su calotipo ad opera di Hugh Welch Diamond, al ritratto generico di un delinquente di Francis Galton fino allo studio fisiognomico di Cesare Lombroso, dove attraverso i tratti del viso vengono associati diversi comportamenti criminali.

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Nelle grandi città le cabine per fototessere arrivano verso la fine del 1920, ma alcuni precedenti li troviamo ancora nel secolo precedente: nel 1889 Carquerot & Guillaumont realizzano questo carro fotografico che ti dava una fotografia con 10 pence, nel 1894 Conrad Bernitt inventa il chiosco fotografico Bosco, che realizzava una fotografia in 4 minuti.

La prima cabina per fototessere viene installata a New York nel 1926, due anni più tardi a Pargi ne troveremo ben cinque. Il brevetto è del 1924 di Anatol Marco Josepho.

A Brodway c’era il salone fotografico automatico, con cinque cabine e lo slogan “Fotografati!8 pose in 8 minuti”, questo era il tempo per lo scatto, l’asciugatura ed il taglio.

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Questa invenzione portò sicuramente a delle riflessioni sul ruolo dell’uomo all’interno del processo produttivo; la macchina rendeva inutile l’uomo al fine della creazione del prodotto. A livello culturale però la cabina portò ad un interesse da parte degli artisti proprio per la sua meccanicità ed automaticità. Gli artisti se ne appropriarono, a volte per giocare con la loro identità, a volte per mascherarla o per renderla libera.

Venne usata spesso come mezzo di performance, come fuga dalla realtà, come schedatura. René Magritte fu tra i primi ad utilizzarla, in maniera ambigua, incerta, ci entra da solo e fa smorfie, o con la moglie e finge di strozzarla. La macchina viene usata come luogo per recitare e per liberare l’inconscio.

Per i surrealisti l’arrivo della cabina fu una festa, ci entrarono tutti a fotografarsi, con gli occhi chiusi, in quello stato tra realtà e surrealtà che esaltavano nel loro manifesto: Paul Eluard, Yves Tanguy, Max Ernst, Salvador Dalì ed il fondatore del movimento Andrè Breton, che se ne fece a centinaia.

Il Photomaton attirerà l’attenzione di Walker Evans, di Andy Warhol, per il quale rappresenterà la realizzazione di un sogno, quello della riproduzione automatica e meccanica. Utilizzò le fototessere sulle riviste, per realizzare opere su commisione come il ritratto per Ethel Scull, moglie di un magnate, che venne portata da Warhol a Time Square e fatta posare in una cabina per 100 scatti. Ne scelse 36 (come un rullino), le quali vennero fotoserigrafate su tele dipinte e colorate con toni accesi.

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Nel 1972 alla Biennale di Venezia Franco Vaccari in una sala esporrà “Esposizione in tempo reale”, una cabina delle fototessere dove il visitatore diviene artista. L’opera conclusiva sarà formata da più di 40.000 strisce, cioè 160.000 pose. Un’opera d’arte collettiva, dove all’artista viene riconosciuta l’idea e non più la realizzazione dell’opera stessa.

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Dal 1968 anche Arnulf Rainer cominciò ad entrare nei Photomaton: stava lavorando alla serie Face Farces, all’interno della quale stava studiando i sintomi fisici dei malati di mente. Esplorò la follia, attraverso l’uso di alcool e droghe, e sotto l’effetto di queste sostanze posò davanti all’obiettivo, raggiungendo un alto stato di eccitazione che lo portò a creare delle vere e proprie performance facciali e corporali.

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Anche Francis Bacon si rifece alle sue fototessere per studiare la figura umana e le sue trasformazioni, come aiuto per i suoi studi di fisiognomica. Divennero per lui un dizionario da cui attingere per i suoi dipinti.

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La fototessera ancora oggi esercita un fascino forte su di noi, perchè ci sentiamo liberi di essere noi stessi al suo interno, non ci censuriamo, proviamo ad essere davvero noi stessi. In contrapposizione la usiamo per schedarci, per dare quell’immagine la più vicina a quella che gli altri vedono, e nella quale ci dobbiamo riconoscere e far riconoscere. Io amo entrare nelle Photomaton, ho dei ricordi bellissimi di Arles e del Lussemburgo. L’ultima volta ci sono entrata con Kiki, era novembre scorso, ed ogni volta è una magia.

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Pillole di storia della fotografia: Angus McBean

Molto spesso la storia e la critica ci ricordano solo alcuni autori, dimenticandone altri, non di meno valore. Se pensiamo alla fotografia surrealista automaticamente ci colleghiamo a Man Ray, pochi si ricordano però di un altro grande fotografo gallese che realizzò composizioni ed autoritratti onirici ed ispiratori. Sto parlando di Angus McBean, nato nel 1904, il quale vendette un orologio regalato dal nonno per comprarsi l’attrezzatura fotografica. Nella sua formazione giocò un ruolo importante il suo lavoro come scenografo, costumista e realizzatore di oggetti di scena per alcune produzioni teatrali ed influenzò anche quel suo interesse per il travestimento e la creazione di situazioni al limite della realtà. Lavorò per alcuni anni come restauratore, continuando a realizzare maschere per il teatro. Queste vennero notate da un fotografo di Londra, Hugh Cecil, che lo volle come suo assistente. E’ il periodo in cui Angus si fa crescere la barba, che diventa per lui simbolo di una vita più libera. La sua prima commissione importante lo portò a fotografare l’attrice teatrale Vivien Leigh, facendolo diventare uno dei più importanti ritrattisti del 900.

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Le prime fotografie sono molto vicine al pittorialismo che Cecil utilizzava, quindi molto romantiche, eteree e raffinate. Successivamente iniziò a sperimentare quello che sarebbe stato il suo stile personale, molto vicino al surrealismo, fatto di sovraimpressioni, creazione di mondi al limite della realtà, trucchi e destabilizzazioni, dove la fantasia più sfrenata trova campo d’azione.

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Il surrealismo lo troviamo anche nelle numerose cartoline natalizie che ha realizzato. Questo lo accomuna a Philippe Halsman, che ad ogni Natale mandava agli amici cartoline ironiche con protagonisti i membri della sua famiglia (vi lascio il link dove vederle http://philippehalsman.com/?image=new-years-cards). Per queste sue immagini Angus ha costruito set molto elaborati con oggetti di scena e miniature dettagliate, impiegando settimane per produrre l’effetto desiderato.

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Il suo genio, la sua fantasia, la sua passione per le composizioni strampalate sono tutti elementi che troviamo nei suoi  divertenti autoritratti.

Fino agli anni 50 non ebbe difficoltà a ritrarre i grandi personaggi dell’arte e del teatro, poi la richiesta iniziò a diminuire e McBean si dedicò alla realizzazione di fotografie per le copertine di dischi. Ricordiamo le prime quattro copertine di Cliff Richard e quella del primo album dei Beatles Please Please Me.

Angus McBen morì nel 1990, vivendo praticamente quasi tutto il novecento, vedendo cambiare modi, gusti e società. Ma il suo stile non cambiò mai, perseguì sempre il filone del surrealismo, con la sua vena giocosa, ironica, ambigua, come si vede anche nell’ultima immagine che posto, datata 1981.

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Pillole di storia della fotografia: Florence Henri

Suo padre era francese, sua madre tedesca. Florence Henri nasce a New York nel 1893, si appassiona alla musica, suona il pianoforte, tiene concerti a Londra. Con la prima guerra mondiale abbandona la carriera musicale ed inizia a studiare pittura tra Monaco e Berlino. In Germania a cavallo degli anni 20 Florence ha modo di assaporare il clima delle avanguardie: Dadaismo, Costruttivismo, frequenta artisti come Majakowsky, Richter, Arp e Moholy-Nagy. Frequenta dei corsi alla scuola del Bauhaus nel 1927, dove conosce Albers, Feininger, Kandinsky, Lucia Moholy e Gropius, e da qui inizierà a dedicarsi alla fotografia. Torna a Parigi e le sue fotografie rivelano tutto l’influsso di quello visto e conosciuto attraverso il fermento delle avanguardie. Tagli inconsueti, geometrie, riflessi, effetti speciali e giochi di specchi, in continuo bilico tra realtà e finzione.

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In pittura e poi in fotografia, ha utilizzato moltissimo il fotomontaggio ed il collage per avvicinarsi sempre di più alla metafisica. Nel 1929 diventa amica di Piet Mondrian e partecipa alle grandi esposizioni internazionali di quegli anni come “Photographie der Gegenwart” al Museo Folkwang di Essen e “Film und Foto” a Stoccarda. Con la crisi del 29 apre uno studio fotografico ed insegna fotografia, diventando mentore di fotografe come Giselle Freund e Lisette Model (che a sua volta aprirà gli occhi a Diane Arbus).

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Lei stessa diceva: “Io non cerco nè di raccontare il mondo nè di raccontare i miei pensieri. Tutto quello che conosco ed il modo in cui lo conosco è fatto di elementi astratti: sfere, piani, griglie le cui linee parallele  mi offrono grandi risorse e anche specchi che uso per presentare in una sola fotografia lo stesso soggetto sotto diverse angolazioni, in modo da dare delle visioni diverse, che si completano a vicenda e che lo spiegano  meglio, compenetrandosi una con l’altra, tutto ciò è più difficile da spiegare che fare…”

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Niente di nuovo nel suo pensiero se ricordiamo l’instancabile sperimentatore  Paul Cezanne che sosteneva di “Trattare la natura secondo il cilindro, la sfera e il cono”, realizzando tele in cui tutto è permeato dalla geometria e gli oggetti sono riconducibili alle tre forme da lui ricordate. E nel discorso di Florence Henri c’è Pablo Picasso con il suo desiderio di dipingere sulla tela bidimensionale un soggetto visto a 360°. E troviamo De Chirico e Magritte, con le loro atmosfere surreali e malinconiche, sospese tra quello che conosciamo e quello che stiamo per scoprire. Ci sono le griglie di Mondrian, la sua rigidità e la sua astrazione. Ma in lei risiede la capacità di rielaborare in chiave totalmente personale il già visto, rendendolo moderno ed intimo.

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Come ultima cosa vi consiglio di buttare un occhio agli autoritratti d Florence, attraverso i quali cerca di costruire una propria identità, come strumento di conoscenza dell’Io, per una donna che aveva deciso di andare contro le regole e seguire la propria vocazione come artista. Gli specchi sono una costante, il gioco di rimandi, di moltiplicazione della propria immagine, la scelta di essere una e mille personalità. Un punto di riferimento per le generazioni successive, da Lee Friedlander a Viviann Maier, che troveranno in ogni superficie riflettente la possibilità di rappresentarsi e di conoscersi.

 

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Pillole di storia della fotografia:Brigman vs Woodman

Negli ultimi giorni non ho scritto, ero molto spossata mentalmente, ma stamattina durante una video-chiamata tra amici fotografi mi è tornata l’ispirazione e ho trovato anche di cosa parlare. Siamo a casa, fotografiamo gli spazi, gli oggetti, i parenti, il cane, il gatto, la luce che entra dalle finestre. Qualcuno si spinge oltre e usa il proprio corpo come pretesto per indagare se stesso e la situazione che sta vivendo. L’autoritratto non è un selfie, l’autoritratto è una ricerca estetica ed emotiva, è un viaggio, è un racconto. Il selfie è l’attimo, la presenza, la ripetizione. Ci sono alcuni autori che sono rimasti nella storia della fotografia per l’enorme lavoro che hanno realizzato partendo da loro stessi.  E sicuramente tra le prime autrici che tengo a ricordare c’è lei,  Anne Wardrope (Nott) Brigman, nata nel 1869 alle Hawaiii, trasferita poi a sedici anni iin California. Sposata con un capitano di mare, divorziò da lui prima del 1910, vivendo poi sola con il suo cane Rory. Introdotta nei circoli culturali della città, si dedicò alla poesia ed iniziò a fotografare nel 1901, entrando nella cerchia di Alfred Stiglitz, che la ammise al gruppo della Photo Secession nel 1903.

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Lei stessa è la protagonista dei suoi scatti: realizzati in prevalenza in alcune zone scelta della Sierra Nevada, la vedono protagonista senza abiti, in simbiosi con questa natura selvaggia ed incontaminata.Trascorreva mesi in tenda lontana dalla città per realizzare questi scatti con la sua Kodak Pocket, che venivano poi manipolati in un secondo momento con matite e colori e sovraiimpressioni. In un periodo storico in cui le donne erano quasi esclusivamente le modelle degli artisti, Anne ha capovolto le convinzioni, portando all’attenzione la liberazione femminile, attraverso l’esposizione del proprio corpo in immagini pagane dalla forte carica emotiva. E’ a proprio agio con il suo corpo, lo mostra ed esso si fonde in modo quasi panico con la natura, segue la forma degli alberi, la silhouette delle montagne, si adagia candidamente tra gli arbusti e sfiora l’acqua di un ruscello. Nessuna volgarità, nessuna ostentazione nelle sue fotografie, ma eleganza, raffinatezza, evanescenza.

 “Le mie immagini raccontano della libertà della mia anima, della mia emancipazione dalla paura” scrive la Brigman nel 1913, “ho trovato lentamente il mio potere con la macchina fotografica, tra i ginepri, i pini, i larici”.

Non so se Francesca Woodman conobbe il lavoro della Brigman, ma sicuramente gli echi di questo lavoro pioneristico li ritroviamo in alcune sue fotografie. Francesca Woodman nasce nel 1958, otto anni dopo la morte di Anne, cresce in un ambiente culturalmente fervido ed inizia a dedicarsi alla fotografia a partire dal 1972, anno del suo primo autoritratto, genere a cui dedicherà poi la sua breve vita (morirà suicida a 23 anni).  Sosteneva che il corpo è fatto della stessa materia di cui è  fatto il mondo, quindi nei suoi autoritratti si fonde con l’intonaco dei muri, degli edifici, si fa carico del loro deterioramento e delle loro  trasformazioni. Nelle sue fotografie i richiami sono moltissimi: surrealismo, scultura antica, performance, still life, body art, video. C’è una serie in particolare in cui è forte il legame tra le due donne, che vi mostro nelle due immagini successive. A voi le riflessioni, io ribadisco solo che immagini di questo tipo ci insegnano che in fotografia è già stato fatto tutto, non inventiamo niente. Riviviamo e rinterpretiamo alla nostra maniera, nel nostro tempo e con il nostro bagaglio personale. Come diceva Ghirri, di guardare le cose con occhi nuovi.

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Francesca Woodman

“Ti ecciterai caro amico osservando un’immagine, ma non saprai mai cosa vi è dentro” Francesca Woodman

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Pillole di storia della fotografia: il flâneur

Una figura è stata importante nella fotografia di inizio Novecento ed è quella del flâneur (colui che bighellona/passeggia). Termine coniato dal poeta francese Charles Baudelaire, sta ad indicare quel personaggio che vaga per la città in mezzo alla folla e la scruta, la osserva. Cammina senza fretta, oziando in maniera creativa,provando emozioni osservando quello che lo circonda. E’ capace di catturare l’anima dei luoghi.  E’ interessante che una traduzione dal francese precisa non esista e quindi continuiamo ad utilizzare il termine coniato da Baudelaire.

In fotografia assimiliamo la figura del flâneur  a molti autori, in particolare a quelli che vagarono per le grandi città  come Parigi e New York, o in Italia negli anni del secondo dopoguerra.

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Edouard Boubat

Di solito si parla di Robert Doisneau, Henri Cartier Bresson e un pò meno di Willy Ronis, tutti appartenenti al gruppo di fotografi umanisti francesi, vi suggerisco di guardare il lavoro di Edouard Boubat, raffinato poeta che ha raccontato i temi tipici del movimento – bambini, innamorati, clochards – attraverso una grande capacità ed eleganza di composizione, con una grande ricchezza formale e spessore di contenuto.

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izis bidermanas

Amo moltissimo il flaneur lituano  Izis Bidermanas, arrivato a Parigi negli anni 30, che ha voluto raccontare nel suo girovagare per la capitale la sua Parigi dei sogni.  Segnato dall’esilio e dalla guerra, ha realizzato dieci libri ed è il fotografo che più degli altri ha trasformato la realtà in una visione onirica, grazie alla sua capacità di utilizzare le luci e creare atmosfere.

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Piergiorgio Branzi

In Italia un raffinato flaneur è stato senza dubbio Piergiorgio Branzi, che ha utilizzato questo approccio  nel corso della sua lunga carriera. Cogliie i suoi soggetti di sorpresa e a volte con un leggero sarcasmo durante il suo girovagare per le strade di tutto il mondo, essi sembrano sospesi tra un lirismo quieto ed una accentuata caratterizzazione psicologica all’interno di fotografie sempre molto bilanciate nella composizione.

Io mi sento un pò un flaneur in questo momento, per quei pochi istanti in cui esco con Kiki. La sera, nell’aiuola in mezzo al parcheggio, a mezzanotte, sento il fruscio dell’erba sotto i miei piedi, i sensi si amplificano e Kiki alza il musino e rizza le orecchie per ogni piccolo rumore.

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Pillole di storia della fotografia: la sospensione

Ieri sera sono uscita velocemente a pisciare il cane verso mezzanotte. Il premier aveva appena parlato in diretta su Facebook, i nuovi decreti erano appena stati annunciati, ed io e Kiki siamo state travolte dal silenzio del piazzale Iveco. E ho iniziato a pensare a tutte le volte che nelle mie lezioni ho analizzato le fotografie che definiamo dall’atmosfera sospesa, surreale, onirica…mi sono sentita catapultata in una di quelle slide che proietto ai miei corsi.

Ho pensato alle notti di Brassai, di quell’ungherese che dormiva pochissimo, camminava per Parigi  fotografando i pavè dei boulevards, i vespasiani, le edicole, illuminati solo dai fari delle auto, dalla  luce dei lampioni o dalla brace della sua sigaretta.  A queste istantanee si aggiungono i protagonisti della notte, dalle prostitute agli avventori dei café, a chi di notte lavora, dai mercati generali agli autisti dei tram. Il tutto raccolto nel famoso volume Paris de nuit, uscito nel 1932.

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Ho pensato a Stephen Shore, alla New Topographic degli anni 70 e al loro concetto di progettualità  in serie in cui ha posato lo sguardo su ciò che fino ad allora non si degnava di attenzione, raccontando le trasformazioni del paesaggio americano, dalla visione selvaggia di Ansel Adams a quella cementificata e moderna. Gli esterni di Shore sono ripresi nei luoghi sospesi, desolati di una serie tv, Fargo 2, in cui emerge quel senso di alienazione e spaesamento in luci gelide e composizioni molto precise.

d5ba57538656f53ac04ac4d88d204269Oklahoma City, Oklahoma, July 1972 1972, printed 2014 by Stephen Shore born 1947

Ogni volta che scendo con Kiki alzo lo sguardo ai palazzi, la maggior parte ha le  tapparelle abbassate, in alcuni appartamenti la luce è accesa, gente si affaccia, sospira, si fuma una sigaretta, parla in videochiamata. E immagino l’interno, penso a Jeff Wall, alle sue fotografie studiate nei dettagli, perfette, che lasciano grande spazio al non-detto. E la mente va anche alla serie tv francese (che io ho trovato malinconicamente bellissima) Les reverants, in cui negli interni c’è un fortissimo richiamo alle sue fotografie.

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E non posso non citare il maestro della fotografia allestita, Gregory Crewdson, che congela attimi di vita e li sospende in un silenzio opprimente, con un effetto di iperrealtà. Mesi di produzione, troupe fino a 40 persone, con atmosfere prese a prestito dal  cinema di Lynch e Hitchcock.

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E poi penso che forse  fin dall’inizio avevo in mente dei quadri, forse ieri sera nell’aiuola sotto il torrione dell’Iveco pensavo ad Hopper, al suo realismo fatto di solitudine ed alienazione ed a Magritte, ai suoi notturni fatti di ossimori, alla loro sensazione di spaesamento e destabilizzazione. E così, nella notte muta e deserta,io e Kiki siamo risalite a casa.

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