PROSSIMI LABORATORI

Iniziamo l’anno con alcuni buoni propositi!

Sono in partenza due laboratori presso il Museo Nazionale della Fotografia di Brescia dedicati a due aspetti molto importanti della fotografia:

IL PORTFOLIO FOTOGRAFICO – domenica 18 gennaio 2026

L’EDITING FOTOGRAFICO – domenica 1 febbraio 2026

Due giornate per approfondire il proprio modo di fare fotografia, di scegliere le proprie immagini e creare una narrazione efficace e diretta.

Vi aspetto!

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Gli universi paralleli di Ugur Gallenkus

Venerdì 3 novembre 2023 ho partecipato, con una mia riflessione dedicata alla capacità di raccontare della fotografia, all’inaugurazione della mostra “Parallel universes of war and peace” dell’artista Ugur Gallenkus, organizzata da Medicus Mundi presso gli spazi di C.A.R.M. E in Via Fratelli Bandiera a Brescia.

Riporto qui di seguito l’intero mio intervento:

Quando è nata la fotografia è stata subito una rivoluzione, che ha cambiato la percezione della storia. Dalla sua invenzione, fissare un evento su una lastra significava il suo vero accadimento. La guerra entra fin da subito tra gli avvenimenti documentati, dalla Guerra in Crimea di Fenton nel 1855, alla seconda guerra dell’oppio di felice beato fino alla Guerra di secessione americana dello studio Brady, durante la quale proprio Brady affermò: la macchina fotografica è l’occhio della storia

Lo slogan della rivista francese Paris Match fu “Il peso delle parole, lo schock delle fotografie”, nel 1936 la rivista Life annunciava “vedere la vita. vedere il mondo” facendo entrare nelle case delle famiglie americane dei veri e propri racconti fotografici, compresi quelli dei drammi mondiali e dando così un volto ai protagonisti delle storie. C’era una fiducia smisurata nella fotografia, nella sua capacità di riprodurre la vita; noi oggi sappiamo che una certa impaginazione, un certo taglio, una certa didascalia e una loro decontestualizzazione possono stravolgerne il significato. 

La fotografia si è evoluta nel corso dei decenni, ha subito rapidi cambiamenti, contaminazioni con le altre arti, ma da sempre è stato un mezzo per  farci prendere coscienza di un avvenimento. Figlia del suo tempo, è passata da essere lenta registrazione su una lastra di rame e poi di vetro, alla snapshot del 35 mm fino al digitale e allo smartphone. E’ passata attraverso i collage delle avanguardie tra le due guerre, con autori che con forbici e colla, spesso utilizzando fotografie di altri, hanno creato – come detto da critici loro contemporanei – delle“fotografie con aggiunta di dinamite” che scardinavano il naturalismo presunto delle fotografie.  

Abbiamo conosciuto gli orrori delle guerre, soprattutto quelli della seconda guerra mondiale, con Margarete Bourke White, siamo entrati con lei nel primo campo di concentramento liberato, abbiamo visto la sofferenza ad Okinawa con Eugene Smith,con George Rogers siamo stati sotto le bombe del primo bombardamento tedesco su Londra nel 1940, abbiamo gioito con Robert Capa in mezzo alla folla nell’euforia della Liberazione e abbiamo preso coscienza della Guerra in Vietnam con le fotografie a colori, così d’impatto di Larry Burrows.

Le fotografie di questa mostra si muovono su due binari: non siamo più nell’epoca in cui le fotografie stanno in un cassetto buio, siamo nell’epoca della riproducibilità e del libero accesso all’informazione e l’artista usa lo strumento digitale per sfruttare il potenziale delle immagini: attraverso l’accostamento di due fotografie così lontane  tra loro finisce per crearne una terza che nasce dal completamento visivo che attua lo spettatore nell’osservarle. Scompone e ricompone per creare nuovi significati. Un’operazione artistica ed estetica che fa emergere una riflessione e una consapevolezza maggiori sulle contraddizioni del nostro tempo, proprio perché nata dall’accostamento degli opposti. L’armonia è solo apparente, lo schock è dietro l’angolo. 

In seconda battuta, l’artista riesce a dar voce a fotografi che altrimenti non ne avrebbero: non solo fotografie di reporter conosciuti a livello internazionale, ma anche fotografi sconosciuti che si trovano a vivere direttamente queste gravi situazioni e che attraverso queste immagini riescono a raccontare la loro storia. Troppe storie non hanno mai trovato espressione né interlocutori, troppe storie ci circondano ma sono ancora invisibili ai nostri occhi. Ecco, questa mostra parla anche di questo. 

Quando guardiamo una fotografia documentaria stiamo guardando le storie, il mondo che l’ha fatta nascere, risulta avere più senso nella misura in cui stimola una comprensione più profonda del contesto. Queste sono le nostre immagini, le nostre storie. E lo sono sia che scegliamo di guardarle sia che decidiamo di non farlo. Perfino se fingiamo che non ci appartengano.

Con tutti i loro difetti, le fotografie ancora oggi, nel 2023, ci parlano, anche se noi non sempre le ascoltiamo. Possono ingannare, fuorviare e offuscare, ma documentano il mondo visibile. Ed essendo fotografie, continueranno ad essere copiate, diffuse, guardate e continueranno ad accusare, a farci infuriare, ad incitare, a farci riflettere, a farci prendere consapevolezza di quello che ci accade intorno. Ecco cos’è questa mostra: un punto di partenza per ritrovare in noi quell’umanità e quella dose di consapevolezza davanti agli accadimenti del mondo. Le fotografie ci permettono di essere in quel preciso luogo in quel preciso istante per una frazione di secondo.  Assistiamo al dolore degli altri e spesso rimproveriamo il fotografo, colui che abbiamo spinto nel pericolo per qualcosa che gli avevamo chiesto di fare. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione dell’orrore, spesso talmente abituati da non esserne più toccati. Questa mostra rappresenta un spazio altro, un posto dove fermarsi, prendersi del tempo, fare i conti con la storia e con noi stessi. 

Inaugurazione mostra Parallel Universes of War and Peace di Ugur Gallenkus, Brescia, 3 Novembre 2023. Ph. Davide Brunori
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IMMAGINAZIONE E TECNOLOGIA

CORSO DI STORIA DELLA FOTOGRAFIA

Il corso si propone di raccontare la storia della fotografia attraverso i grandi

cambiamenti che si sono succeduti nelle scoperte e nella costruzione di macchine

fotografiche sempre più performanti.

A partire dalla nascita della fotografia nel 1826, dalle camere oscure per passare agli

apparecchi di grandi formato in legno fino alle macchine detective e quelle popolari,

per fermarsi su alcuni pilastri come la Leica e le Rolleiflex, per arrivare alla fotografia

istantanea fino all’evento del digitale e dello smartphone.

Attraverso la sintassi tecnologica è cambiato lo sguardo ed il modo di affrontare la

realtà, e questo verrà raccontato attraverso i grandi fotografi della storia dall’ 800 ad

oggi.

1° lezione: dalle origini al pittorialismo

2° lezione: dalla Kodak n. 1 alla nascita di Leica

3° lezione: la rivoluzione a partire dagli anni ’50

4° lezione: l’arrivo del digitale

Date: martedì 25 gennaio – 1-8-15 febbraio 2022 

Orario: 21 -22,30

Modalità online attraverso link che verrà fornito ai partecipanti. 

Costo: 70 euro – 60 euro per i soci del Museo

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NUOVO CORSO ONLINE

Grazie al Museo, inizia un mio nuovo corso di approfondimento sulla storia della fotografia. Tre incontri online in cui attraverso le storie ed i lavori dei fotografi del 900 e di oggi, affronteremo temi come l’immaginazione, il colore e quelle parolone d’effetto che ascoltiamo spesso quando si parla di fotografia!!

Tre incontri di approfondimento dedicati alla storia della fotografia:

MERCOLEDI’ 3 FEBBRAIO ORE 20.45-22.15 FOTOGRAFIA ED IMMAGINAZIONE. cosa si intende per immaginazione?l’atto creativo si traduce in approcci tra di loro differenti, raccontati attraverso diverse personalità della storia della fotografia

MERCOLEDI’ 10 FEBBRAIO ORE 20.45-22.15 FOTOGRAFI A COLORI. dai pioneri del colore, agli sperimentatori, passando per i grandi maestri fino ai fotografi contemporanei

MERCOLEDI’ 17 FEBBRAIO ORE 20.45-22.15 COSA VUOL DIRE? viaggio per fare chiarezza su alcune termini come “concettuale”, “artistico”, “portfolio”, “onirico”, “atemporale…”attraverso l’analisi della fotografia nel suo intrecciarsi alle altre arti

Gli incontri si terranno in diretta streaming accessibili tramite link.

Costo corso: 60 euro

PER INFORMAZIONI

museobrescia@museobrescia.net

03049137 – 3398639608

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ULTIMI ARTICOLI

FOTOIT – DICEMBRE/GENNAIO 2021
BIESSE – GENNAIO/FEBBRAIO 2021
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Pillole di storia della fotografia: il vivo vuoto di Candida Höfer

Figlia di un giornalista, Candida nasce a Eberswalde, nella regione del Brandenburgo nel 1944. Studia con Bernd e Hilla Becher, fotografi iniziatori della Scuola di  Düsseldorf, della quale fanno parte oggi i più quotati fotografi sul mercato come Andreas Gursky,  Thomas Ruff e Thomas Struth. I coniugi Becher recuperarono i principi della nuova oggettività di August Sander degli anni 20, utilizzando come il fotografio di Colonia la prospettiva frontale, il bianco e nero, il principio della catalogazione (umana per Sander ed architettonica per i Becher) e il massimo grado di oggettività davanti al soggetto. Sander creò un archivio di tipologie umane della società dei tedesca dei primi tre decenni del novecento nel noto libro “Gli uomini del XX secolo”, i Becher invece raccolsero le diverse tipologie urbane di edifici dismessi ed industriali, ripresi in totale assenza di persone, con il cielo sgombro di nuvole.

Gli alunni dei Becher hanno saputo sviluppare percorsi artistici autonomi caratterizzati da un personale approccio al linguaggio della fotografia, riflettendo sul ruolo e sui cambiamenti del mezzo e del suo posto nella società.

Candida Höfer mantiene alcuni parametri di insegnamento della scuola: la visione frontale per la maggior parte delle sue fotografie, il concetto di serie, le grandi dimensioni con cui vengono stampate ed esposte le fotografie in occasioni di mostre, in modo da farle diventare delle opere d’arte al pari di dipinti e sculture, occupando una spazio fisico, ma sceglie il colore a discapito del bianco e nero.

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I suoi soggetti sono gli interni di grandi spazi pubblici come biblioteche, musei, teatri. ripresi secondo la prospettiva centrale ed assolutamente privi di persone. Ripresi con luce naturale, sono luoghi in cui i dettagli e gli oggetti danno il senso allo spazio. Ti portano all’interno del luogo, in una dimensione silenziosa ma carica di tensione. Guardando queste fotografie in questo periodo che stiamo vivendo, sembrano esplodere nel petto con la loro carica di assenza.

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Diventano simbolo di luoghi che ho vissuto e che non vedo l’ora di ricominciare a vivere, anche se sono consapevole non sarà così immediato. I teatri, i musei, le biblioteche, i luoghi della cultura insomma, il loro rappresentare momenti di unione, di condivisione, di crescita individuale, di socialità. Queste fotografie, antecedenti a tutto quello che stiamo vivendo, si caricano di nuovi significati. Perchè è vero, la lettura delle fotografie dipende da dove sei, dal momento in cui le vedi e da come ti senti in quel preciso istante. L’anno scorso sarebbero state semplicemente una ricerca perfetta di architettura e contemplazione dello spazio, oggi sono un calcio nelle ginocchia, fra un anno appariranno come ricordi speriamo lontani.

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In queste fotografie ci rivedo le gite della domenica per visitare mostre e musei, ci vedo le sere al teatro ed al cinema, ci vedo i pomeriggi in biblioteca a studiare e preparare le mie lezioni. Fotografie contemplative, che parlano delle persone nella loro assenza, sono portatori di “spazi sociali”, dove questa fruizione è solo suggerita, celata ma dirompete attraverso l’uso dei suoi opposti, il nulla ed il silenzio. La fotografa stessa disse “…ho compreso che i luoghi mostrano con maggiore chiarezza il loro ruolo, se non ci sono le persone. Gli spazi parlano delle persone come vorremmo parlare di un ospite assente a una cena.”

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Queste fotografie sono spazi vuoti ma carichi di vita, sono stati costruiti per ospitare l’uomo e per diffondere la cultura; siamo nel momento in cui il sipario è calato, dove le persone non occupano la platea e gli attori sono nei camerini pronti per salire sul palco. La speranza però riempie questi spazi, quella speranza di tornare a fare presto quello che amiamo di più fare, che in questo momento ci manca, e ci manca moltissimo. Il sipario prima o poi si apre. Sempre.

 

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Pillole di storia della fotografia: Paul Almasy

 

Paul Almasy nasce a Budapest nel 1907. A 17 anni lascia la città natale per raggiungere Parigi, passando per Vienna e Monaco. Lo possiamo considerare tra i pionieri del fotogiornalismo, nella sua carriera ha scattato oltre 120.000 fotografie creando quello che lui stesso definì l'”archivio del mondo”, ordinandole per categorie, raccontando degli ultimi fino ai potenti del mondo. Negli anni 50 ha iniziato a lavorare per le organizzazioni delle Nazioni Unite UNESCO, UNICEF, OMS, IAO e FAO.

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Sempre in quegli anni ha realizzato ritratti ai grandi personaggi della cultura dell’epoca, come Calder e Man Ray, seguendo il lavoro di tutti coloro che ebbero il privilegio di vivere nell’epoca dei grandi intellettuali del XX secolo.

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Come molti suoi colleghi che si trovarono a Parigi a cavallo degli anni 30/50, anche Almasy ci lascia un affresco interessante e romantico della Ville Lumière, in perfetto stile umanista mescolato al taglio e alla ricerca giornalistica.

Ed i temi sono quelli che hanno appassionato Izis, Doisneau, Ronis: la riva della Senna ed i giovani nei loro divertimenti, gli innamorati, i bambini, le coincidenze inusuali e divertenti della città, i clochards, cioè tutto quello che rende Parigi la città dei sogni, come l’aveva descritta Izis nel suo libro. Legate in qualche modo a quel neorealismo che stavo scandagliando il nostro paese negli anni del secondo dopo guerra.

La sua ricerca prosegue anche oltre gli anni 50, attraverso la quale vediamo cambiare le mode, le tendenze, gli abiti, le acconciature, diventando la testimonianza dei mutamenti della società.

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I suoi servizi di reportage lo hanno visto visitare e conoscere buona parte del mondo: America del Sud, Afghanistan, Urss, America, Africa.Vi lascio un assaggio dei suoi lavori, dove è visibile la grande attenzione che ha dedicato, fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2003, all’uomo e alla sua vita. Le fotografie tutte in bianco e nero, con una grande attenzione alla luce e alla composizione, in alcuni casi vicina alla iconografia pittorica, sono cariche di emozione e partecipazione.

Copio questo link così potrete vedere alcuni dei suoi servizi realizzati nel corso degli anni 60: https://www.who.int/features/2009/photoarchives/almasy/en/

“Come fotografo il mio interesse principale è nelle persone e nella” condizione umana “, che cerco di ritrarre senza alcuna concessione. Qualunque cosa accada, rimango fermamente impegnato nella realtà; non sacrifico la verità per il bene della qualità tecnica … Un fotoreporter è qualcosa di storico e uno storico non deve mai mentire “.

Paul Almasy. In: Colin Naylor, ed. Fotografi contemporanei , Chicago e Londra, St. James, 1998.

 

 

 

 

 

 

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Pillole di storia della fotografia:il mondo dall’alto

Nelle ultime settimane mi è capitato sempre più spesso di vedere immagini delle nostre città riprese dall’alto. La tecnologia ci permette di sorvolare sopra le nostre piazze e di coglierne il vuoto ed il silenzio. Il mondo visto dall’alto, come un grande plastico dove tutto è immobile, pervaso dalla pesantezza dell’assenza. Questo modo di vedere la realtà influisce sulle nostre percezioni e sui nostri sentimenti. Almeno per me ogni volta è un pugno nello stomaco, accorgermi della nostra piccolezza di fronte alla tragedia. E la ripresa dai droni da una parte amplifica questa emozione e dall’altra riempie il mio cuore di nostalgia. E’ come accorgersi di quanto sia bella ed importante una cosa solo quando non la puoi vivere fino in fondo.

Questi mezzi ci permettono di essere tanti Peter Pan che sorvolano la città, planano tra gli edifici, risalgono le cupole del duomo, le torri campanarie, sorvolano sopra le piazze desolate o sopra le strade prive di auto.

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La fotografia dall’alto ha una lunga storia: Gaspard Félix Tournachon , noto come Nadar, aveva volato sopra Parigi e l’aveva fotografata dall’alto nel 1868. Fu il primo, con il suo aerostato chiamato Il Gigante, ha renderci le prime immagini aeree della storia. Chi fece della fotografia aerea la propria missione di vita fu Arthur Batut, che a partire dal 1887 iniziò a scattare fotografie dall’alto posizionando la sua fotocamera con pellicole 13×18 cm su un aquilone di legno di pioppo.

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Nadar

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Arthur Batut

Ricordiamo poi il tedesco Julius Neubronner, che nel 1907 attaccò una fotocamera ad un piccione per realizzare delle fotografie dall’alto!!

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Durante la prima guerra e soprattutto la seconda, la fotografia aerea ebbe una grandissima importanza. Basti pensare alle fotografie di Margaret Bourke-White, prima fotografa di guerra accreditata al fronte, che realizzò immagini dall’alto della battaglia di Tunisi, autrice inoltre della copertina del primo numero di Life del novembre 1936. E non dimentichiamoci di David Seymour che per tutti gli anni del secondo conflitto lavorò in Inghilterra leggendo le fotografie aeree: ci voleva disciplina, intelligenza ed abilità, e la corretta interpretazione sarebbe stata alla base delle scelte militari e politiche.

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Per uscire da un ambito più documentario ed avvicinarsi ad una ricerca più personale, mi viene da citare la serie realizzata da Mario Giacomelli sulle spiagge, caratterizzate dallo stile asciutto e grafico che contraddistingue l’autore, con i suoi bianchi e neri portati all’esasperazione, che rimandano al mondo della grafica dal quale egli stesso proveniva.

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Ricordo il lavoro di Olivo Barbieri Site specific realizzato con la tecnica del fuoco selettivo ed obiettivo decentrabile. L’effetto è straordinario, le città di tutto il mondo riprese dall’alto sfruttando questo metodo vengono resi come dei piccoli plastici, dove non è principale la finalità documentaristica ma il senso dell’atmosfera. Mi ricorda quei pomeriggi trascorsi a giocare ad Hotel, un gioco in scatola, con cui ho trascorso interi pomeriggi con gli amici.

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Per arrivare alla fotografia contemporanea cito il lavoro del fotografo Gray Malin dedicato alle spiagge californiane, che si animano di geometrie bizzarre, fatte di ombrelloni ed asciugamani multicolore, dove tutto sembra posizionato in un rigore che ada terra assumerebbe le sembianze del caos. Una rivisitazione in chiave ghirriana del lavoro di Giacomelli!!!

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Ed infine il lavoro del canadese Edward Burtynsky, che ha esposto a Fotoindustria a Bologna lo scorso anno il progetto Antropocene, dove le risorse naturali sono al centro della sua ricerca, nel loro rapporto con l’uomo. In più di trent’anni di lavoro il fotografo ha sempre realizzato grandi vedute, utilizzano droni, elicotteri e strutture per poter guardare dall’alto i suoi soggetti, che assumono la bellezza profonda di opere astratte.

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Un piccolo tuffo per capire da dove siamo partiti e per riflettere su dove siamo arrivati e su come e quanto siamo cambiati, e quanto è cambiata la nostra percezione delle cose, mescolando alla storia i ricordi ed emozioni. Perchè la fotografia è soprattutto questo.

 

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Pillole di storia della fotografia:Rodney Smith

Dal Manifesto del Surrealismo del 1924 di André Breton:

“La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l’antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la massima libertà dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso. Ridurre l’immaginazione in schiavitù, fosse anche a costo di ciò che viene chiamato sommariamente felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustizia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi. La sola immaginazione mi rende conto di ciò che può essere,  e questo basta a togliere un poco il terribile interdetto; basta, anche, perchè io mi abbandoni ad essa senza paura di essere tratto in inganno (come se fosse possibile un inganno maggiore). Dove comincia a diventare nociva e dove si ferma la sicurezza dello spirito? Per lo spirito, la possibilità di errare non è piuttosto la contingenza del bene?.

[…]SURREALISMO, n. m. Automatismo tipico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale.

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Il surrealismo spingeva a liberare il proprio io interiore in totale libertà, eliminando l’intervento della ragione, lasciandosi guidare dall’inconscio, come quando dormiamo ed in sogno le immagini si susseguono senza logica, senza un legame apparente, portando alla luce la nostra parte più intima e nascosta. Gli artisti surrealisti hanno spinto lo spettatore ad andare al di là di ciò che l’occhio vede, per mostrare una realtà diversa che esiste solo in un universo che non può essere conosciuto fino in fondo, irraggiungibile come un sogno o vero come il mondo visto attraverso gli occhi di bambino. Il fotografo americano Rodney Smith si ispirerà al surrealismo in particolare a quello di Renè Magritte , riprendendo accostamenti inconsueti, dilemmi, domande, decontestualizzazioni, senza ricorrere ad elementi fantastici. La destabilizzazione nasce dall’accostamento degli elementi visivi, molti dei quali tornano come topoi nei suoi dipinti. Occhi, uomini con la bombetta, orologi, finestre spalancate sul paesaggio, visi coperti, pipe, sfere, mele….

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Rodney Smith ha fatto propri tutti questi antecedenti artistici riprendendoli in fotografia. Il confine tra realtà e finzione è molto sottile, nelle sue fotografie gioca con la percezione dello spettatore, lo inganna, lo trascina dentro, lo mette di fronte a delle domande. Le immagini sono immagini senza tempo.

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Il suo insegnante fu Walker Evans, che apprezzò fin da subito il suo bianco e nero (che rimase sempre analogico fino alla sua scomparsa nel 2016) e le sue immagini finirono sulle pagine di TIME, The Wall Street Journal e The New York Times. Le sue fotografie allegre e dotate di grande bellezza sono caratterizzate da un insieme di composizione, scala, proporzione e relazione.

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Tutte le sue immagini hanno un aspetto classico e senza tempo, come se i personaggi fossero sospesi nello spazio. Hanno le spalle rivolte allo spettatore, tengono in mano oggetti simbolici come nei quadri di Magritte, alludono e non spiegano, lasciano aperte infinite porte di interpretazione. Attraverso la sua Leica M4 ed il medio formato della sua Hasselblad ha creato un suo magico mondo, in cui immergersi e trovare conforto.

In oltre quarant’anni di lavoro, Smith ha fotografato in bianco e nero, passando al colore solo nel 2002. Ma guardando queste fotografie ritroviamo i colori delicati e vintage della fotografia pionieristica a colori, la leggerezza e l’eleganza delle tinte di Vogue degli anni 40-50, c’è la moda di Horst P Horst tanto per ricordare uno dei più grandi.

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La capacità di ricreare mondi con la fotografia, questa è una delle sue grandi doti. Di dare forma ad un’idea che è solo nella testa del fotografo. La capacità di saper contaminare e rielaborare segni che sono parte del nostro immaginario collettivo. Essere un pò come Alice nel paese delle meraviglie e rincorrere la propria libertà ed i propri desideri. Libertà, come parole d’ordine.

” Una delle cose che è interessante e penso che le persone ne siano sempre incuriosite, è che sebbene le mie foto sembrino così composte, sono estremamente spontanee . Il 95% delle foto che scatto, non sapevo nemmeno che le avrei scattate qualche minuto prima.  (R. Smith)

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Pillole di storia della fotografia: la fototessera

Un antecedente storico alla fototessera è sicuramente l’invenzione della carte de visite da parte di André Disderi nel 1854. Venivano realizzate con apparecchi forniti di 4/8 obiettivi, che permettevano di ottenere sulla stessa lastra più scatti, ad un costo più basso rispetto ai ritratti di più grandi dimensioni. Possiamo definirlo il primo approccio alla fototessera, per il formato, per la velocità di realizzazione e per l’ampia diffusione popolare che ebbe a metà dell’ottocento.

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In quegli anni abbiamo diversi campi di applicazione: dall’autoritratto rotante di Nadar, alla prima campagna di catalogazione dei pazzi realizzata su calotipo ad opera di Hugh Welch Diamond, al ritratto generico di un delinquente di Francis Galton fino allo studio fisiognomico di Cesare Lombroso, dove attraverso i tratti del viso vengono associati diversi comportamenti criminali.

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Nelle grandi città le cabine per fototessere arrivano verso la fine del 1920, ma alcuni precedenti li troviamo ancora nel secolo precedente: nel 1889 Carquerot & Guillaumont realizzano questo carro fotografico che ti dava una fotografia con 10 pence, nel 1894 Conrad Bernitt inventa il chiosco fotografico Bosco, che realizzava una fotografia in 4 minuti.

La prima cabina per fototessere viene installata a New York nel 1926, due anni più tardi a Pargi ne troveremo ben cinque. Il brevetto è del 1924 di Anatol Marco Josepho.

A Brodway c’era il salone fotografico automatico, con cinque cabine e lo slogan “Fotografati!8 pose in 8 minuti”, questo era il tempo per lo scatto, l’asciugatura ed il taglio.

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Questa invenzione portò sicuramente a delle riflessioni sul ruolo dell’uomo all’interno del processo produttivo; la macchina rendeva inutile l’uomo al fine della creazione del prodotto. A livello culturale però la cabina portò ad un interesse da parte degli artisti proprio per la sua meccanicità ed automaticità. Gli artisti se ne appropriarono, a volte per giocare con la loro identità, a volte per mascherarla o per renderla libera.

Venne usata spesso come mezzo di performance, come fuga dalla realtà, come schedatura. René Magritte fu tra i primi ad utilizzarla, in maniera ambigua, incerta, ci entra da solo e fa smorfie, o con la moglie e finge di strozzarla. La macchina viene usata come luogo per recitare e per liberare l’inconscio.

Per i surrealisti l’arrivo della cabina fu una festa, ci entrarono tutti a fotografarsi, con gli occhi chiusi, in quello stato tra realtà e surrealtà che esaltavano nel loro manifesto: Paul Eluard, Yves Tanguy, Max Ernst, Salvador Dalì ed il fondatore del movimento Andrè Breton, che se ne fece a centinaia.

Il Photomaton attirerà l’attenzione di Walker Evans, di Andy Warhol, per il quale rappresenterà la realizzazione di un sogno, quello della riproduzione automatica e meccanica. Utilizzò le fototessere sulle riviste, per realizzare opere su commisione come il ritratto per Ethel Scull, moglie di un magnate, che venne portata da Warhol a Time Square e fatta posare in una cabina per 100 scatti. Ne scelse 36 (come un rullino), le quali vennero fotoserigrafate su tele dipinte e colorate con toni accesi.

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Nel 1972 alla Biennale di Venezia Franco Vaccari in una sala esporrà “Esposizione in tempo reale”, una cabina delle fototessere dove il visitatore diviene artista. L’opera conclusiva sarà formata da più di 40.000 strisce, cioè 160.000 pose. Un’opera d’arte collettiva, dove all’artista viene riconosciuta l’idea e non più la realizzazione dell’opera stessa.

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Dal 1968 anche Arnulf Rainer cominciò ad entrare nei Photomaton: stava lavorando alla serie Face Farces, all’interno della quale stava studiando i sintomi fisici dei malati di mente. Esplorò la follia, attraverso l’uso di alcool e droghe, e sotto l’effetto di queste sostanze posò davanti all’obiettivo, raggiungendo un alto stato di eccitazione che lo portò a creare delle vere e proprie performance facciali e corporali.

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Anche Francis Bacon si rifece alle sue fototessere per studiare la figura umana e le sue trasformazioni, come aiuto per i suoi studi di fisiognomica. Divennero per lui un dizionario da cui attingere per i suoi dipinti.

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La fototessera ancora oggi esercita un fascino forte su di noi, perchè ci sentiamo liberi di essere noi stessi al suo interno, non ci censuriamo, proviamo ad essere davvero noi stessi. In contrapposizione la usiamo per schedarci, per dare quell’immagine la più vicina a quella che gli altri vedono, e nella quale ci dobbiamo riconoscere e far riconoscere. Io amo entrare nelle Photomaton, ho dei ricordi bellissimi di Arles e del Lussemburgo. L’ultima volta ci sono entrata con Kiki, era novembre scorso, ed ogni volta è una magia.

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