LA FOTOGRAFIA COME AUTOBIOGRAFIA

Che cos’è l’autoritratto? dove si trova la sua origine, come si è evoluto e modificato nel corso del tempo?un viaggio nella storia di questo genere, dalla pittura alla fotografia contemporanea

 

folle volo

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FOTOGRAFIA CONCETTUALE, 14/11/2018

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PER UNA FOTOGRAFIA PIU’ CONSAPEVOLE

 

Proposta di seminario di una giornata per approfondire un aspetto della storia della fotografia ed il racconto fotografico. Una giornata di confronto da trascorrere insieme all’insegna della passione che ci accomuna, tra pratica e teoria.

Per info:

SEMINARIOcon LUISA BONDONI

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PILLOLE FOTOGRAFICHE: AUGUST SANDER

Il fotografo tedesco August Sander aveva un sogno ambizioso: indagare e immortalare tutti gli strati della società tedesca attraverso ritratti esemplari che dovevano rappresentare ciascun tipo sociale. Senza nome, questi personaggi scelti riportavano la classe o la professione, al fine di dare un mosaico della società tedesca attraverso un archivio gigantesco.
Nella prefazione del libro “Gli uomini del XX secolo” scrisse: “Vi prego di farmi narrare onestamente la verità sul nostro tempo e la sua umanità”. Non portò a termine il suo progetto che prevedeva: 7 capitoli, con 45 sottoclassi da 12 foto ciascuna.

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Lo strappo fotografico

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1948. Due giovani. Acconciature e abiti tipici della fine degli anni 40. Studio del fotografo, finestra sullo sfondo. Stefano e Teresa avvicinatevi, sembra dire il fotografo ai due giovani clienti. Non impone lo sguardo serio ma davanti alla macchina fotografica assumono la serietà e la compostezza dovute alla sacralità del momento. Teresa ha 19 anni, lui è di otto anni più grande. Non è trascorso molto tempo dal suo ritorno dalla guerra, quella guerra che lo ha tenuto lontano dagli affetti e dal suo paese per anni, che lo ha fatto prigioniero in una terra straniera, dalla quale è riuscito a tornare. Nel cortile di casa al suo ritorno c’è tutto il paese, e tra la gente che lo attende a braccia aperte c’è lei, che diventerà la compagna di una vita. Attenzione, pronti allo scatto…e l’immagine impressiona la pellicola per sempre. Sviluppo e stampa, i due ragazzi escono dal negozio a braccetto con la loro fotografia tra le mani.

E quello strappo che divide non solo metaforicamente la coppia? E’ un taglio deciso, netto, inferto nella carta e nel cuore. Eh sì, sembrano dire, abbiamo litigato e non ti voglio più vedere. La ragazza prende la fotografia, la spezza e si tiene il proprio ritratto restituendo al legittimo proprietario l’altra parte di effigie. La fotografia come sostituto della persona, da eliminare fisicamente. In questo strappo c’è tutto: la rabbia, la passione, la furia del gesto, le lacrime, mescolate poi al rimorso, al ripensamento, al bisogno e al ritorno. Ma soprattutto per me questo strappo è sinonimo d’amore.

Perchè questa fotografia nell’album di famiglia è sempre stata composta da due pezzi vicini, che per qualche tempo sono stati sicuramente divisi, ma sono stati rimessi insieme perchè non potevano stare lontani. Siamo tornati insieme, ecco che rimettiamo una accanto all’altra la nostra parte di fotografia.

La fotografia ha una potenza di cui spesso ci dimentichiamo, si fa portatrice di storie, vive nel passato e riesce a rivivere nel presente, con la consapevolezza del suo valore di ricordo. Oggi scattiamo troppo e nell’abbondanza perdiamo il filo del racconto. Mi chiedo se davvero abbiamo bisogno di ricordare tutto finendo per dimenticarci di tutto.

Questi sono i miei nonni, e questa fotografia e questo strappo raccontano una storia. Una storia d’amore.

 

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A volte ti trovi dall’altra parte

Solitamente sono io che scrivo di altri, questa volta davanti all’obiettivo c’era il mio progetto “Io è un altro”. Grazie ad Alessandra Tonizzo che ha scritto un articolo spettacolare!

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ALEXANDER RODCHENKO LA FOTOGRAFIA E’ IN DIAGONALE

Un’occasione imperdibile la mostra Alexander Rodchenko. Revolution in photography allestita a Palazzo Te a Mantova fino al 27 maggio.

Circa 150 stampe alla gelatina d’argento da negativi originali raccontano la rivoluzione compiuta dal fotografo nato nel 1891 a San Pietroburgo, che a partire dagli anni 20 del 1900 ha rappresentato una frattura nella storia della fotografia.

La Rivoluzione di ottobre del 1917 colse i giovani intellettuali russi nel momento di massimo fervore, i quali erano pronti a costruire un nuovo mondo. Sono gli anni del Costruttivismo, che utilizzò materiali più vicini alla vita moderna, più moderni, come il ferro e come il vetro. Sono gli anni dei manifesti, degli slogan, dei dipinti sui treni e sui battelli, delle grafiche pubblicitarie e delle tribune per i comizi di El Lissitskij. Nel contesto di una società e di una città che si accinge a cambiare, di una spazio cittadino che si fa contenitore di fabbriche, ciminiere, palazzi sempre più imponenti, il cittadino contemporaneo non può continuare a guardare “dall’ombelico”. Non può più permettersi di guardare solo davanti a sè attraverso la prospettiva tradizione, deve rivoluzionarsi e per far questo deve alzare lo sguardo verso l’alto e viceversa posarlo dall’alto verso il basso.

Questo nuovo atteggiamento si trasferisce nel modo di fotografare di Rodchenko, che inizia a utilizzare il plongé e il contre plongé, eleggerà la diagonale, la linea obliqua a nuovo modo di guardare la realtà. Quel modo di affrontare l’inquadratura che troviamo parallelamente anche nel cinema d’avanguardia, fatto di riprese inclinate e primi piani ravvicinati.

Nella mostra è possibile vedere tutti i diversi progetti a cui si è dedicato: dai ritratti della prima sala, dove campeggiano il ritratto in primissimo piano della madre che riempie totalmente il fotogramma, una serie di ritratti a Vladimir Vladimirovič Majakovskij, alcune delle sue fotografie più famose come “La ragazza con una Leica”, la serie “La scala antincendio” e la serie dei pali del telegrafo a cui si affiancano alcune splendide vedute dal basso di imponenti alberi, nei quali scorge nient’altro che i pali elettrici che diventeranno.

Seguono i diversi lavori come quello per la Fabbrica di automobili AMO, della Centrale elettrica di Mosca, del quotidiano Gudok, della Fabbrica di lampadine di Mosca….

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Fotografie Giorgio Finadri 

Interessante e di una bellezza meccanica la serie degli Ingranaggi del 1929, la ripetizione di motivi come parafanghi, ruote dentate, ripresi con angolazioni e luci che ne sottolineano la continuità e ripetizione, che portano alla costruzione di una texture astratta. Attenzione allo stesso elemento che si ripete, come ripetitivi sono i gesti quotidiani degli operai nelle fabbriche.

Quello stesso concetto che riprenderà negli Stati Uniti Margaret Bourke White nelle sue serie fotografiche eseguite all’interno delle fabbriche degli stessi anni, dove il soggetto, ruote dentate, lamiere, si ripetono in ritmiche linee, avvicinando l’obiettivo escludendo ogni elemento del contesto che possa spiegare il soggetto, trasformando la fotografia in una fotografia simbolica.

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Fotografie Giorgio Finadri 

Presenti in mostra alcuni fotomontaggi, come quelli realizzati per la costruzione del canale che collega il Mare Bianco al Mare Baltico.

Una mostra che racconta un nuovo mondo di guardare il mondo, che ha trasformato la tradizione maniera di guardare alle cose con uno slancio verso il futuro e verso il cambiamento.

“Il difficile è trovare, vedere l’inconsueto nel più consueto. Ci hanno educato a vedere con le regole della composizione, con i canoni del tempo della nonna. Bisogna invece stimolare la gente a vedere da diversi punti di vista, e con diverse luci.”

Luisa Bondoni

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